Scomparsa Pinto, struggente ricordo di Anelli

Alessio Anelli, docente ora residente a Genova, ricorda con un lungo pensiero l’artista e docente di Storia dell’Arte, Nicola Pinto.

“Mi è difficile, caro Nicola, ora che ho appreso della tua scomparsa, rendere concreti come le tue opere impastate di terra i ricordi dei momenti che ci hanno uniti.
Eppure sono là intangibili, solidi ed acuminati, e per questo dolorosi”. Così il prof Anelli esordisce nel suo lungo pensiero dedicato a Pinto, pubblicato su fb. “La memoria va subito a quella folgorante estate del ’93: ero appena entrato nella redazione del mensile Realtà Nuove (storico giornale di Mola), di cui tu avevi curato sin dall’inizio la grafica. Nella testata, l’inconfondibile vortice che attirava lo sguardo come in un obiettivo, un’onda catapultata sulla pagina da un pennello rovente di cui si riconoscevano anche gli schizzi, e chissà con quale gesto della mano ti era venuto fuori, non certo casuale, ma guidato da una sapienza antica e da una pratica quotidiana. Insieme agli amici di quel collettivo, io ultimo arrivato e più giovane del gruppo, non perdemmo tempo a leccarci le ferite per la bruciante sconfitta delle elezioni amministrative a Mola (giunta monocolore missina, forse unica in Italia!) perché c’erano da riaprire spazi, rianimare luoghi abbandonati. E così adottammo, quale fortino della nostra resistenza, il nostro caro Castello Angioino, allora ancora ferito dalla presenza ingombrante di un cinema abusivo.
Mi ricordo, Nicola, che ci coinvolgesti subito nell’allestimento della tua mostra, sguinzagliandoci a recuperare oggetti d’uso quotidiano che ti sarebbero serviti per le tue installazioni.
“Mi servono i candère!” mi chiedesti
“Cosa ti serve, Nicola?” mi sa che esclamai alla tua domanda bizzarra!
Non avevo mai sentito quella parola prima di allora, anche perché in famiglia si parlava raramente in dialetto. Ma quel termine, al primo anno di ginnasio, mi riportava subito alla sua origine greca!
E così, con mia madre e mia nonna andammo a recuperarli dallo scantinato, i candère e finalmente capii cos’erano! Chissà da quanto tempo non venivano più utilizzati quei larghi vasi di terracotta, maiolicata all’interno, in cui innumerevoli volte le donne della mia famiglia avevano fatto il bucato nelle generazioni precedenti.
Cosa ne avresti fatto, Nicola, con quei vasi?
Morivamo dalla curiosità di sapere come li avresti disposti, assemblati. Intanto, raccattavamo il necessario, ed era bello partecipare a quella ricerca senza conoscere il risultato finale.
Perché il bello, con te Nicola, era che un qualcosa di comune che ci sembrava un semplice oggetto, nelle tue opere cambiava aspetto, si univa, insieme agli altri oggetti raccolti, in un’armonia di forme inedita e singolare.
Ebbene, insieme ad altri “candère” da noi recuperati, quel vaso della nonna diventò il tuo “Dorso di balena”: modulati in una curva spaziale che cresceva e decresceva, davano proprio l’idea di quell’affiorare a pelo d’acqua di un cetaceo.
E poi quel grande pendolo realizzato con una spessa gomena che si dispiegava come un lungo serpente sotto l’ampia volta del grande salone buio, ancora annerito dalla caligine, e finiva per issarsi sui pali sopra i quali da noi cresce la vite.
Era maestoso quel movimento oscillante di quella pesante pietra, incantatorio nel silenzio del castello! Ed era un piacere rimetterlo ogni volta in movimento!
Come avessi portato sin dentro al castello, Nicola, quella grande corda, spessa come un’anaconda, ancora me lo chiedo!
E ancora, con il vaso più grande che eravamo riusciti a trovare, plasmasti un grande vulcano di terra rossa che all’interno invece del fuoco conteneva acqua. Una sorpresa spiazzante allo sguardo! Per quanto avessi passato estati sul terreno rovente di mio nonno contadino, non mi ricordo di aver mai visto una terra così rossa, né di averne sentito al tatto la pastosità che le avevi conferito. E credo che non ti fossi accontentato del primo terreno che ti fosse capitato sotto mano, ma immagino avessi perlustrato per giorni le campagne alla ricerca proprio di quel colore rosso fiammante che il nostro sguardo ora associa ai canyon americani!

Ma l’opera che mi piaceva più di tutte, tra quelle preparate da te con cura, Nicola, era “Lithosonus” perché richiedeva l’intervento partecipe del visitatore.
Tra i pali recuperati da un vigneto, avevi collocato una cesta di vimini, di quelle che usano i pescatori per arricciare i polpi, alla quale erano annodati tutto attorno corde di iuta dalle cui estremità pendevano bianchi sassolini di mare.
Era un’opera da abbracciare: e quando avevi mollato la presa, quelle corde si agitavano come le seggiole di una giostra in movimento, lasciando scontrare con urti aritmici, sempre imprevedibili nel loro effetto, i sassolini che vi erano legati. Quante volte l’avrò abbracciata quell’opera, Nicola, per poi godermi quel concerto di sassi!
Nei nostri fondali pugliesi poco ciottolosi non si ha modo di avere l’esperienza di quell’effetto sonoro: ho ritrovato il suono di quell’opera quando sono venuto a Genova, tenendo la testa sott’acqua nel ribollio della risacca. Ed è stato emozionante riconoscerlo in un altro luogo a distanza di tanti anni!
E se il titolo di quelle opere lo ricordo ancora così bene dopo 27 anni vorrà dire che tu, Nicola, parlavi chiaro con le tue creazioni!

Ricordo che, alla fine di quell’allestimento, smontammo le installazioni a malincuore, tanto non volevamo abbandonare il nostro fortilizio! Ci saremmo barricati là dentro ancora per giorni per vivere quell’incantesimo dal tempo sospeso.
Una sola opera rimase con noi per anni nella nostra redazione: un alto palo di terra che ogni volta che lo guardavo mi chiedevo come avessi fatto, Nicola, a tenerla su, a farla raddensare attorno a quell’anima di fil di ferro e legno che le faceva da scheletro!
Quel terreno rappreso aveva assunto negli anni le crepe dei cretti di ben più noti artisti, ma non aveva perso la sua carica totemica anche al di fuori dal contesto per il quale era stata pensata.
Noi in cima, con un tocco di ironia, ci infilzammo una vespa! Sono certo, Nicola, tu abbia apprezzato quella nostra dissacrazione del tuo totem!

Devono essere stati fortunati i tuoi allievi del Liceo Artistico, a vederti plasmare con le mani, a vedere le loro guidate dal tuo occhio.
Quelle mani ben diverse da quelle esili di un musicista: portavano il segno di tutte le materie con le quali ti sei confrontato e scontrato, domandole, l’argilla, il legno, il metallo.

Con mio grosso rammarico, ti ho visto solo impugnare una matita con la quale disegnavi schizzi di idee che affioravano improvvisamente alla luce della tua inventiva.
Ma assistere ad una tua creazione sarebbe stato violare un segreto: quegli istanti in cui modellavi l’argilla sono solo tuoi!

E poi il mouse delle tue creazioni grafiche.
Anche qui hai lasciato il segno: le copertine dei libri di Mario Ventura, un magico lavoro di dissolvenze su vecchie foto in banco e nero, un trascolorare di piani diversi l’uno sull’altro, più o meno come la memoria opera con i ricordi, sovrapponendoli in un palinsesto di tracce, ora riconoscibili ora segrete.
Ti ho visto lavorare su quelle più recenti dei libri di Pino Berlingerio che è stato un piacere curare insieme a te.

Anche tra queste copertine c’è la mia preferita: quella del libro di Maria Antonietta Verga!
Una delle prime di quando non lavoravi ancora sul computer.
E forse quella dimensione artigianale, eminentemente pratica, era quella a te più congeniale.
Mi ricordo come se fosse ieri quando mi raccontasti tutte le procedure che avevi seguito per realizzarla e nel tuo ricordo di quelle operazioni manuali mi sembrò di vederti all’opera.
Mi dicesti che avevi realizzato dei fogli acetati su cui avevi fatto riprodurre i testi delle poesie scritte da Marianto con la sua grafia. Li avevi poi sovrapposti su un reticolo di intarsi noto solo a te e poi avevi operato per sottrazione, rimuovendo quello che ti sembrava superfluo sino a far comparire il suo volto. Deve essere stato affascinante quel tuo lavoro sulle sue parole! Un corpo a corpo con il testo!
Posso dire che Maria Antonietta, per me che non l’ho conosciuta, ha il volto della tua copertina, tanto è sincera e autentica quella tua immagine!

Mi piaceva così tanto quel libricino, e le poesie che racchiudeva, che le ultime copie che avevo le ho regalate alle mie colleghe di scuola (Carla Carla Bianchi, ricordi?) e ora non dispongono più neanche di una.
Ma, anche se non la posso riguardare e tenere in mano, quell’immagine si staglia limpida nella mia memoria.

Ne ho però un’altra di copertina di cui ti sono grato!

Questa mattina, appena ho saputo la notizia della tua scomparsa, ho ripreso in mano il libro della mia ricerca su Piccinni per il quale ti chiesi di realizzare la grafica. Non lo sfogliavo da tempo!
Solo ora capisco il legame profondo di quella copertina con te, una creazione che solo tu avresti potuto regalarmi: in primo piano decidesti di riportare il medaglione del 1781 che raffigura le nove muse intente a scolpire la nuda roccia per farne un tempio. Dalla materia inerte alle forme affiorate dalla creazione. Una pratica che ti ha accompagnato per tutta la vita.
Sullo sfondo, in negativo, avevi messo in risalto alcuni particolari della partitura del Requiem composto a Parigi da Piccinni, come un manoscritto riemerso dagli archivi.
L’alacrità febbrile delle tue creazioni e il “requiem”, che dentro di me provo ora ad intonarti come estremo saluto!
Benché, devo riconoscere, la parola riposo non si addicesse al tuo carattere inquieto.
Negli anni, i tuoi capelli crespi avevano assunto lo stesso aspetto di un altro artista molese, Enzo Del Re. Anche a te si sarebbe potuto attribuire l’appellativo di “Carvaune”, in cui la cenere della tua barba e i tuoi capelli nascondevano la fiamma viva della creazione artistica.

Sebbene in altre forme e in altri spazi, continua a creare, caro Nicola!
Ti abbraccio come abbracciavo 27 anni fa il tuo Lithosonus. Vai a far scontrare sassolini anche lassù!

P.s. Ti avevo mandato un messaggio quando eri stato in ospedale pochi mesi fa: avevo saputo che, vedi il gioco del destino, eri finito in stanza con mio zio Giovanni e che lo hai aiutato tanto in quei giorni a sollevarsi dal letto o accompagnandolo in bagno. E anche di questa tua premura ti sono grato!”
(NELLA FOTO NICOLA PINTO NELLA SUGGESTIVA SANTORINI IN GRECIA – DAL PROFILO FB DI NICOLA PINTO)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: