Monopoli: quelle maledette nanoparticelle (di Giuseppe Deleonibus)

Qualsiasi combustione, sia grande sia piccola, produce residui polverosi:questo vale per le centrali elettriche a gasolio, gli inceneritori, i
cementifici, tutte le attività industriali, le auto, gli aerei, fino ad arrivare alfumo della sigaretta.
La differenza, però, sta nelle sostanze chimiche che le compongono, perchéoccorre sottolineare che i parametri PM (10 – 2,5) rappresentano unamisura quantitativa, non qualitativa del particolato e che, dal punto divista della composizione chimica, esistono diversi tipi di polveri.
Le polveri fini sospese in aria hanno certamente effetti diretti sulla saluteumana, ma il grado di tossicità risulta diverso in relazione alla loro originee composizione chimica.
La qualità del combustibile è determinante: è chiaro che nell’aria troveremociò che abbiamo messo nel focolare.

Sono emissioni altamente nocive. Mi riferisco in particolare alle nanopolveri (dette anche particelle ultrafini) lecui dimensioni, inferiori ai 100 nanometri(1 nanometro è 1 milionesimo di millimetro), le rendono trascurabili in termini di massa – e non dimentichiamo che i valori limite delle polveri attualmente previsti dalla
normativa sono tutti riferiti a concentrazioni in massa – per cui un loro apprezzamento va fatto in termini di numerosità, con metodiche diverse da quelle adottate tradizionalmente.Tuttavia, esiste il legittimo dubbio che la concentrazione in massa non sia il parametro adeguato per rappresentare gli effetti dellacomponente ultrafine, che agirebbe non in proporzione alla massa, che è trascurabile,ma al numero e alla superficie specifica. In tal caso, gli effetti sulla salute non sarebbero compiutamente rappresentati dalle misure convenzionali di particolato,e di conseguenza le strategie messe in campo per la riduzione delle emissioni dellacomponente grossolana (PM10) e fine (PM2.5) potrebbero essere inefficaci per la componente ultrafine.

Circa l’80% delle polveri emesse sarebbero polveri ultrafini (< PM2,5), con conseguente elevato rischio sanitario non calcolabile. Tutto il mondo scientifico indipendente che non ha interessi diretti nella promozione di queste centrali afferma da tempo che non è possibile filtrare in alcun modo le polveri al di sotto del PM2,5 e nessun istituto scientifico e di controllo riconosciuto (ISPRA, ARPA, CNR, ecc.) ha potuto mai smentire tale affermazione.

E, più sono piccole, più sono patogeniche cioè, possono generare delle malattie, perchè penetrano nell’organismo per inalazione ed essendo queste inorganiche non possono essere degradate dal sistema immunitario.

Per le elevate temperature applicate alla materia, la pirolisi produce nanoparticelle, un particolato inferiore ai 2,5 micron. È talmente fine che non esiste al mondo filtro in grado di impedirne la dispersione nell’ambiente. Le nanoparticelle sono di fatto indistruttibili. Non potranno essere lavate dalla frutta, né si potrà evitare che finiscano nel vino e in tutta la catena alimentare. Una volta penetrate nel nostro organismo, si propagheranno ovunque, nel cuore, nel fegato, persino nel cervello, arrivando a modificare il nostro DNA e non essendo biodegradabili non c’è speranza di eliminarle. Le nanoparticelle provocano ictus, infarto, cancro. Vengono inoltre associate a malattie neurologiche e a malattie rare, a reazioni allergiche e alle patologie dell’apparato respiratorio». Non solo. Questi inquinanti passano con grande facilità dalla madre al feto del nascituro causando aborti, malformazioni e la nascita di bimbi di basso peso.
C’è, inoltre, un aspetto di non poco conto: l’industria non è tenuta a rendere conto delle emissioni di nanoparticelle, che sfuggono a ogni controllo e a ogni limite, per cui può tranquillamente affermare che, a norma di legge, l’aria emessa è pulita.

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