Monopoli, il tributo del Sudestival a Peppino Impastato

Non poteva avere miglior inizio il Sudestival, che nella serata inaugurale al Teatro Radar di Monopoli, ha proposto la visione del film I cento passi di Marco Tullio Giordana, presente in sala per dialogare con il prof. Michele Suma e gli spettatori, dopo la visione del film. A vent’anni dalla sua realizzazione, il film ancora oggi non manca di rappresentare un serio motivo di riflessione: quanta strada ancora c’è da percorrere per liberarsi dalla mafia? Perché di strada ne è stata fatta, da quella data in cui Peppino Impastato fu barbaramente ucciso, ma tanta purtroppo ce n’è ancora da fare se proprio nella stessa giornata a Foggia è stata promossa una grande manifestazione di protesta contro la mafia. Una mafia che, purtroppo, si insinua nelle stanze del potere e diventa forza economica con la quale corrompe e soggioga i vari strati della società. “I cento passi” è ambientato a Cinisi, paesino siciliano schiacciato tra la roccia e il mare, nei pressi dell’aeroporto di Palermo Punta Raisi, utile quindi per il traffico di droga. Cento sono i passi che separano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, il boss locale, divenuto tristemente noto anche per la cronaca nera a livello nazionale. Peppino Impastato già da bambino non gradiva il silenzio opposto alle sue domande, al suo sforzo di capire.

Il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia del paese Cesare Manzella, ucciso nel 1963 in un agguato nella sua Alfa Romeo Giulietta imbottita di tritolo. Nel 1968 Peppino si ribella come tanti giovani al padre. Ma in Sicilia la ribellione diventa sfida allo statuto della mafia. Quando si batte insieme ai contadini che si oppongono all’esproprio delle loro terre per ampliare l’areoporto Peppino conosce le prime sconfitte ma scopre l’orgoglio di una vocazione. Dopo varie esperienze fonda “Radio aut” che infrange il tabù dell’omertà e con l’arma del ridicolo distrugge il clima riverenziale attorno alla mafia. Tano Badalamenti diventa Tano Seduto e Cinisi è Mafiopoli. Il clima per lui si fa pesante: il padre cerca di farlo tacere, madre e fratello sono solidali con lui. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, ma non fa in tempo a sapere l’esito delle votazioni perché, dopo vari avvertimenti che aveva ignorato, nel corso della campagna elettorale viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio. Col suo cadavere venne inscenato un attentato, per distruggerne anche l’immagine, in cui la stessa vittima apparisse come suicida, ponendo una carica di tritolo sotto il suo corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano comunque il suo nome, riuscendo ad eleggerlo simbolicamente al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura parlarono di un atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto ucciso, e di suicidio dopo la scoperta di una lettera, che in realtà non rivelava propositi suicidi. Il delitto, avvenuto in piena notte, passò quasi inosservato poiché proprio in quelle stesse ore venne ritrovato il corpo senza vita del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro in via Caetani a Roma.

Due giorni prima del voto lo fanno saltare in aria sui binari della ferrovia con sei chili di tritolo. La morte coincide con il ritrovamento a Roma del corpo di Aldo Moro, viene rubricata come “suicidio”. Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del giudice Consigliere istruttore Rocco Chinnici, che aveva concepito e avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, sostituto di Chinnici dopo la sua morte, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Solo vent’anni dopo la Procura di Palermo rinvierà a giudizio Tano Badalamenti, riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo l’11 aprile del 2002. La critica ha giustamente sottolineato che “questo non è un film sulla mafia, non appartiene al genere. E’ piuttosto un film sull’energia, sulla voglia di costruire, sull’immaginazione e la felicità di un gruppo di ragazzi che hanno osato guardare il cielo e sfidare il mondo nell’illusione di cambiarlo. E’ un film sul conflitto familiare, sull’amore e la disillusione, sulla vergogna di appartenere a uno stesso sangue. E’ un film su ciò che di buono i ragazzi del’68 sono riusciti a fare, sulle loro utopie, sul loro coraggio. Se oggi la Sicilia è cambiata e nessuno può fingere che la mafia non esista (ma questo non riguarda solo i siciliani) molto si deve all’esempio di persone come Peppino, alla loro fantasia, al loro dolore, alla loro allegra disobbedienza”.

I lunghi applausi del pubblico del Sudestival sono il giusto e doveroso tributo a Peppino Impastato e alla realistica rappresentazione cinematografica del regista Marco Tullio Giordana Marco Tullio Giordana e dei suoi bravissimi attori.

 

Cosimo Lamanna

 

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